Sipario
- Antonio Lindo
- May 5, 2023
- 11 min read
Il direttore d'orchestra alza le bacchette, un suono gracchiante riempie il teatro e poi chitarra elettrica, rullante e grancassa alternati rapidamente. "Nobody but me" dice la canzone, lo ripete, "Nobody, nobody, nobody!”. É sera e io corro, con questa musica in cuffia, un paio di scarpe in pelle, dei pantaloni attillati, un maglione rosso e un trench marrone chiaro. Corro tra le vie di Torino, ho appena salutato la mia ragazza sul portone di casa sua, corro con le lacrime agli occhi. Il mio zaino è pronto, devo solo cambiare l'abito, indossare la divisa da viaggio e mettere da parte per lungo tempo i vestiti puliti, stirati e profumati. Tra un'ora ho un bus verso la capitale e domani un volo per andare lontano, come mai prima. Ho timori e paure, ma ho letto tanto online di quei luoghi, penso di sapere cosa aspettarmi, sono pronto. Corro, sono in ritardo. Chiamo al telefono i nonni e gli mando un abbraccio forte, mangio un’ultima pizza e alle undici del mattino successivo mi imbarco in un volo Sri Lankan Airlines. Tre mesi più tardi scrivo racconti, seduto al sedile posteriore di un minibus diretto a Kathmandu, in Nepal, un tempo meta di pellegrinaggi per fricchettoni occidentali, oggi plasmata dalle esigenze di un'economia fondata sul turismo. Non è infatti per un ritiro spirituale che ci sto andando e né per fare shopping. Ci vado per prendere ancora un volo, di tredici ore, e andare a Milano, e poi a Torino, e mettere un punto all’ultima scena dello spettacolo che ho scritto in questi mesi. Che inizia e finisce nello stesso luogo e in mezzo si dirama in centinaia di trame intrecciate, di nomi, di volti, di lingue, di luoghi e di intere culture.
Già al primo atto ci sono iguane lunghe due metri, coccodrilli, elefanti, leopardi e scimmie, scimmie, scimmie, scimmie. Due mi sono saltate addosso, una mi ha minacciato, una si è offerta per una foto. Poi compaiono le persone, i viaggiatori e gli abitanti locali, entrano sul palcoscenico alla spicciolata, crescono in numero sempre più fino a dimensioni esagerate nelle capitali Indiane. Traffico denso, code agli sportelli, lotte per i posti nei vagoni dei treni: mentre ci vagavo spensierato, l'India è diventato il paese più popolato al mondo. E poi, lentamente, i personaggi diminuiscono. Attraverso il confine e le strade si svuotano e le città si allontanano. Da centri densamente abitati a villaggi rurali tra le piantagioni di riso. Da strade affollate alla desolazione dei deserti di neve in alto all'Himalaya.
L’intero viaggio è stato un sogno. Apro gli occhi in questi ultimi giorni e il risveglio ha un sapore amaro: non voglio svegliarmi. Tutto, è stato un lungo, ricco, sogno ad occhi aperti. Sono partito sperando di scoprire il buddismo, di entrare in contatto con monaci locali e avviarmi sulla strada della Liberazione. Da anni leggo di Nirvana, di Yoga e di Metafisica Orientale e bramavo dal desiderio di averne un’esperienza diretta. E tanto ci sono rimasto male quando al posto di singalesi illuminati ho trovato svedesi arrapati. Ci ho messo non poco ad accettare che anche in questi mondi è dilagata la macchia dell’uniformità, che bevono Coca Cola, ascoltano i Queen e mangiano la pizza. E così ho lentamente rinunciato alle aspettative e ho imparato a vivere nel presente, ad abbandonare piani, progetti, desideri e ambizioni e semplicemente inseguire il cuore, sui bus per Ella, i treni per Colombo, le autostrade del Rajasthan e i vicoli di Varanasi.
Ho visitato l’India che si vede nei film, l’India dei contrasti, con auto elettriche a destra e senzatetto a sinistra, ogni metro di ogni città. Ho combattuto a spallate solo per comprare un biglietto del treno o un un succo al mango. Ho dormito male, svegliato continuamente da chi ha una cultura del riposo diversa dalla mia, e non si fa problemi ad interrompere il sonno altrui. Tutto il percorso, da Delhi a Jaisalmier a Varanasi è stato una continua scoperta: ho scoperto le pratiche religiose orientali, ho scoperto gli abitanti del deserto, il chai, i chapati, i samosa e i masala. Ho scoperto che è ancora possibile credere e che Dio non è morto per tutti.
Ieri, verso Kathmandu, ho passato il tempo a ricostruire i ricordi di quei giorni, spaventato dall’idea di perderli per sempre. Ho capito che sono tutti dentro di me, ma andare a cercarli uno ad uno è faticoso, estenuante, e con la fatica poi assumono un altro aspetto, e divengono negativi. Devo lasciare che vengano a galla da soli e a momenti mi mostrino il mio passato. Mi è venuto il desiderio di tornare a casa e scappare da qui, pensando a tutte le cose che sono andate storte. Alle serate che ho passato solo, a quelle in cui sono scappato da musica che non gradivo. A quelle volte che sono stato truffato e che, se mi fossi informato meglio, avrei speso di meno. Pensando a quanto ho corso, e quanto invece avrei voluto andare lento e godermi meglio ogni tappa. Mi sono goduto l’intera avventura, ogni spostamento, ogni truffa. Ma ieri, pensandoci, ho sentito che tante cose sarebbero potute andare meglio. Così mi è venuta voglia di non tornare, di riprovarci, continuare a viaggiare per altri mesi perchè ora so come fare ad evitare i problemi. E mi sono sentito insoddisfatto, guardando solo alle cose che sono andate storte, ed ignorando l’infinità di esperienze positive che ho vissuto. E per rendermene conto, del grande errore che stavo commettendo, ho dovuto parlare con una ragazza, una ragazza dall’India, quasi trentenne per la prima volta in viaggio fuori paese, che mi rimproverava per non essere grato di ciò che ho avuto.
Viaggiare come vivere è una questione di scelte. Sai di essere in un luogo una sola volta, ti ripeti che ci tornerai, ma non lo sai davvero. Perché il mondo è grande, e magari la prossima volta vorrai esplorare altro invece di tornare dove sei già stato. Perché tante cose accadono, sempre, e non è detto che sarà ancora possibile visitare i luoghi che oggi sono in pace e armonia. Quindi è meglio saper cogliere l’attimo, accettare le scelte che si è presi, credere nella propria strada e fare della propria storia il più bel racconto che esista. Un racconto che sia scritto per te, plasmato sui tuoi desideri e le tue preferenze. Un racconto di cui tu sia il primo lettore e anche il più appassionato. Così si costruisce una vita su misura: seguendo ogni attimo la strada del cuore, prendendo decisioni ascoltando se stessi e accettando che le conseguenze possano non essere come ce le aspettiamo, accettando ogni momento nel presente e non avendo paura del futuro. Bello o brutto che sia è sempre parte di un più grande viaggio, che è il viaggio del vivere, e che avrà fine solo quando per sempre chiuderemo gli occhi. E forse neanche allora.
Gli attimi si susseguono rapidi, sfuggono, e a volerli cogliere è facile divenirne bramosi. Perché ce n’è davvero tanti che non possiamo prendere, e l’ossessione di volerli avere tutti ci porta a non godere quelli che invece sono a portata. “Per ogni scelta che prendi” dicevo ieri alla ragazza indiana "ce ne sono milioni che non stai prendendo. Pensa alla strada che stai seguendo, fai in modo che sia la migliore per te e ignora le scelte che non hai preso". E mentre le dicevo ciò ho realizzato che era con me che stavo parlando. Lei si sente incastrata in una vita che non la soddisfa, con un lavoro stressante e tante desideri difficili da realizzare. Io, semplicemente, preso dalla nostalgia non faccio che vedere il bicchiere mezzo vuoto. Stolto! Che mi lascio trasportare da questa continua brama, dal volere sempre di più, dall’insoddisfazione e dalla critica alle decisioni passate. Il mio bicchiere straborda, c’è acqua che esce per quanta ne ho messa. Ci sono una marea di frutti tropicali incastrati sul fondo, fiori di banano, piante di pepe e chiodi di garofano. Ci sono si decine di truffe ma altrettante truffe sventate. Ci sono tuk tuk, autobus, treni, barche, laghi e laghi ghiacciati, torrenti e fiumi sacri, giungle, foreste, deserti, montagne e spiagge rosse con alte palme di cocco. Ci sono infinite lezioni di vita, templi buddisti, pellegrinaggi, Shiva, Vishnu, Brahama e Ganesh, mucche sacre, grotte sacre e grandi cerimonie di fuoco. Ci sono corpi che bruciano, corpi che dormono, corpi che sudano, corpi che faticano al sole. Ci sono uomini, di carnagioni diverse, che parlano lingue diverse e con lavori diversi, ognuno con la propria storia, la propria famiglia e la propria visione del Mondo. Ma tutti innamorati a modo loro. Ci sono diecimila fotografie, tre statuette sacre, cinque chili di rocce e due chili di spezie. E c’è un sacco di peperoncino piccante, dal primo all’ultimo giorno.
Il bicchiere delle esperienze è al centro del palco, straborda, si agita dall’interno e si rovescia e dà vita ad un coloratissimo spettacolo di culture: danzano rapidi, colorati e armoniosi sul fluido versato viaggiatori da tutto il mondo e i loro grandi zaini, uomini e donne singalesi con camicie a fiori e infradito, occhi cristallo e lunghi abiti azzurri. Si spintonano uomini indiani col turbante e a piedi nudi, bellissime donne dal volto coperto e i loro figli dagli occhi profondi. E salgono a fatica la rampa di scale portatori nepalesi, con bombole di gas e canne da zucchero sulle spalle, con al seguito bellissime signore ornate di bigiotteria d’orata e bimbi felici in divisa rossa e nera. La scena è satura di elementi, di suoni, di odori e di colori e così la mia memoria, che avrà bisogno di tempo per tornare al grigio e alla rigidità delle abitudini europee.
Mi sento pieno, sazio, sento di non avere parole per descrivere tutto ciò che ho visto, sento che ogni racconto non sarà mai abbastanza. Queste parole possono solo accennare a cosa sia l’esperienza del vivere: manca qui tutto l’inspiegabile, tutte quelle sensazioni che non hanno modo di essere descritte, mancano dettagli, ricordi, conversazioni e disavventure. Ed è giusto che sia così, perchè se si potesse vivere un viaggio solo dalle parole di qualcun altro, non ci sarebbe motivo di partire. Viaggiare scioglie i confini, mostra i pregiudizi di cui sono permeati i nostri occhi, apre il cuore e connette il Mondo. Viaggiare ti mostra la vita su una scala più larga: prima ti annulla, ti fa sentire piccolo e irrilevante, poi mostra la tua identità, dà forza alla soggettività che è in te, ti forma e ti insegna a lasciar andare, ad accettare e a muoverti nella libertà. Non posso che esser fiero della strada che ho percorso. Avevo aspettative molto diverse, ma sono orgoglioso di come sia andata, che io abbia perso fiducia nelle aspettative, e abbia appreso meglio come apprezzare il presente, senza giudizi, ma solo fascino e sorpresa.
Ho passato le ultime due settimane impegnato nella costruzione di nuove aule per bambini nepalesi. Sono state terminate l’ultimo giorno che ero lì: ho visto i ragazzi seguirvi lezioni all’interno. È stato bellissimo, vederli felici, eccitati per la novità ed è stata per me una dura prova lasciare quel luogo di amore e solidarietà. È l’ultima mattina ormai, riposo su di un’amaca dopo colazione, ho abbracciato i volontari con cui più ho legato, Simon, Caroline, Mara, Jojo, Leonie, Arjun, Paola, Andrea ed Eugenio, il mio caro amico Eugenio, che continua ora verso l’India, e che rivedrò tra lunghi mesi. Aspetto che se ne vadano tutti per restare un po’ solo, sull’amaca, con una chitarra. Guardo il panorama verde, affascinato e nostalgico, non avevo mai visto un cielo così limpido. Questo luogo mi sta salutando nel miglior modo possibile: i lavori sono terminati in tempo per la mia partenza, ho potuto guardare la mia creazione all’opera, rendere felici insegnanti e studenti e le nuvole, le nuvole che mi hanno seguito ovunque andassi in Nepal, questa mattina si sono diradate. Il sole è tornato a splendere e le colline si mostrano ai miei occhi lucidi in tutta la loro bellezza, profonde, aguzze e verdi, ricoperte dalla giungla più selvaggia. Respiro profondamente e ringrazio questi luoghi magnifici per avermi accolto con tanta gentilezza, dalle spiagge sull’Oceano Indiano, alle montagne verdi nel cuore di Ceylon, alla giungla della roccia di Sigiria. Dalle strade intasate di Delhi, il deserto di Jaisalmer, il lago di Pushkar, il Taj Mahal, il Gange su a Rishikesh e lo stesso Gange giù a Varanasi. Dalle ripide colline di Bojhpur, le salite innevate del Makalu e il suo Campo Base. Da Pokhara a Kathmandu alle colline di Maya. Lascio andare la chitarra, metto le scarpe ai piedi, chiudo lo zaino e inizio a camminare, verso valle, verso il primo bus, verso casa, verso mamma, papà, la mia ragazza e tutti i miei amici lontani. E mentre scendo questi ultimi gradini, risuonano nel tamburo del teatro dei ricordi tutti i clacson, i bus con la musica ad alto volume, i tuk tuk e le auto, insieme, seguiti dalle campane mosse dalle forti braccia di donne e uomini con un pallino rosso sulla fronte. Suonano campane dal picco di Adamo ai Gath di Varanasi alle aule di Maya. Inondano lo spettro delle frequenze, attirano l’attenzione, richiamano al raccoglimento. Suonano i tamburi, con un ritmo alternato e crescente ed entrano in scena danzatrici colorate, con lunghi veli dagli estremi dorati, muovono le braccia in alto e in basso, le intrecciano, fanno gesti con le mani e urlano “Are Krishna” tutte insieme. Cantano in coro tutti gli uccelli della giungla e poi quelli della foresta. Gracchiano i corvi e abbaiano tutti i cani. Si infrangono le onde sulle scogliere, si sciolgono i ghiacciai al sole, si arrabbiano i tassisti in coda. E dal retro del sipario entro io, ora protagonista dei miei ricordi, che ancora corro, con un grande zaino nero della Ferrino, delle infradito e un cappello verde da esploratore, non mi sono ancora mai fermato. Inciampo, salgo su un autobus colorato, scendo, mi faccio spazio tra la folla ed entro in un tuk tuk. Scatto due foto e scendo ancora, corro in stazione e prendo un treno e guardo un tramonto e prendo sonno. Apro gli occhi e mi lancio ancora nella folla, saluto, abbraccio e scatto fotografie. Mi tuffo in un fiume e poi in un altro e poi in un altro ancora. Mi lascio trasportare fino a riva, prendo una tavola e cavalco le onde oceaniche, esco dall’acqua, mi asciugo e corro su per una montagna. Fatico, bestemmio, cado, piango e raggiungo la cima. Mi fumo una canna e mi fermo al sole. Prendo fiato, medito e sorrido di cuore, grato di vivere in un presente eccezionale. E nel frattempo i colori dei panorami si sciolgono sullo sfondo in una miscela arcobaleno: il verde delle colline con il giallo del deserto, il blu dell’oceano con il rosso del tramonto, il grigio della pioggia con il nero, il marrone e il bianco delle vette di montagna. Si fondono e ruotano, rapidi al ritmo del caos che guida il Mondo. Formano un grande mandala dalle punte irregolari, grande quanto tutto l’universo, e ricoprono il tessuto intero del globo di una nuova miscela viscosa, che invade tutte le strade, connette le anime, fa crescere gli alberi e fa piovere le nuvole. Fa volare gli aerei, salpare le barche e impennare le biciclette: il Mondo si colora di Amore tutto intorno a me.
Carico nel cuore di esperienze e affetti, abbandono i ricordi e torno al presente, scendo gli ultimi scalini di pietra, ancora con lo zaino in spalla, e cammino verso un bus. Ora ci siamo solo io e pochi contadini che devono andare in città, niente più folle, viaggiatori e danzatrici, tutti gli altri personaggi sono ormai usciti di scena. L’autista mi accoglie, gira la chiave e accende il motore, io seduto, chiudo gli occhi e mi lascio trasportare. Li riapro e il rombo del motore è mutato, è divenuto più profondo, e la spinta sul sedile è molto più forte, sono su un aereo e sto decollando verso l’Italia. Mi affaccio al finestrino, vedo nebbia, sabbia e inquinamento, palazzi di varie dimensioni estendersi per centinaia di chilometri quadrati sotto di me. Guardo giù e saluto ancora queste terre tanto matte e colorate che sempre più rapide di allontanano dai miei occhi, lascio che due lacrime mi scorrano sul viso e ringrazio, la Vita, per avermi offerto tutto questo.
Sipario.

Al Makalu Base Camp con le bandiere dello Sri Lanka, dell'India e del Nepal. 5000m s.l.m.
Che ne sarà del blog?
Resterà aperto, per chiunque voglia leggere in ritardo le mie avventure. Ho migliaia di fotografie e altrettante storie da raccontare, forse continuerò a pubblicare e a narrare, pezzo pezzo, la magia del viaggiare in Asia.



Per tua info: non ho perso nulla.
Scegli una tua storia e regalami due ore di racconto.
Orgoglioso