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Fuoco Sacro

A Varanasi ci sono stato per quasi una settimana, a fine marzo. Quando sono arrivato era notte fonda e come sempre gli autisti alle porte della stazione hanno cercato di spremere il mio portafogli da turista. Giravo per i vicoli stretti e in pietra del centro, nel silenzio di una città spenta, in cerca di un ostello aperto che potesse ospitarmi. Ne ho trovato uno con un terrazzo al quarto piano e ho bussato perché qualcuno da dentro mi sentisse. Per mia fortuna, poco dietro la porta la guardia di turno dormiva su una panca di legno e, svegliata dal suono del campanello, mi ha aperto e mi ha accolto. Era tardi ormai per trovarmi un letto libero e le stanze erano tutte occupate.“Riposa pure qui”, mi ha detto indicando la panca di legno che poco prima ospitava il suo sonno. Ha poi puntato il pavimento della stanza accanto e ha aggiunto: “Io starò lì”. Ho insistito perché non lo facesse, ero dispiaciuto all’idea che dormisse per terra, ma lui già si era steso nella sua nuova posizione, e io non ho potuto che fare della sua ospitalità un’occasione per recuperare le ore di sonno perdute. Con musica jazz nelgli auricolari ho chiuso gli occhi e riposato finché, poco dopo l’alba, una mano mi ha strattonato la spalla: erano quattro ragazzi indiani che cercavano aiuto, dovevano uscire e non sapevano come si aprisse la porta. Io, annebbiato, li ho guardati. Si sono scambiati una risata e qualche parola in hindi e sono andati via, senza poi chiedermi nulla. Ho provato così a dormire di nuovo, ma un forte rombo metallico me l’ha impedito: era un generatore di corrente, un motore a scoppio per tenere viva l’alimentazione dell'edificio. Ore dopo ho scoperto che con il mio arrivo è coincisa la perdita di tensione nell’intera città, e che tutti correvano a caccia di soluzioni temporanee per la sopravvivenza. Per le vie, le più affollate e le più deserte, circolavano carretti in legno con generatori a benzina, trainati da gruppi di uomini in corsa e in agitazione.

Quella mattina, arreso, ho rinunciato al sonno e ho lasciato l’ostello, mi sono perso tra gli stretti vicoli del centro per evitare mucche e uomini dai colorati vestiti cerimoniali. Passeggiavo sulla riva del Gange appena illuminato dal primo sole, contemplavo le piccole e silenziose imbarcazioni che lo guadavano e riflettevo sulle parole di un uomo che nel treno la sera prima mi parlava delle abitudini indiane. Era un colonnello e mi aveva raccontato della sua famiglia, di sua figlia e di divinità indù, tutte legate dalla colorata e originale trama delle scritture sanscrite. Quelle parole hanno fatto da prologo alla mia breve storia nelle vie di Varanasi. Mi diceva che secondo la tradizione la dea Gange avesse tre incarnazioni: una in cielo, una in terra e una sotto terra, e che queste si incontrassero proprio nella città di Varanasi. Mi diceva che con l’immersione nelle sue acque marroni, gli uomini e le donne induiste cercassero la purificazione del karma, così che dopo la morte potessero aspirare a ricongiungersi con il creatore e abbandonare per sempre il ciclo delle rinascite. Dalle parole di chi questi luoghi già li conosceva avevo maturato il sospetto che qui accadessero cose come in nessun altra città del mondo, perché tutti gli occidentali che vi sono passati ne sono usciti con forti immagini e ricordi di riti, di credenze e di miti. E’ un luogo custode di una realtà aliena ai nostri occhi, tanto vera quanto lontana dalle tradizioni e le certezze dei cuori occidentali. Qui corpi di uomini e donne da poco deceduti, ricoperti da lenzuola bianche e fiori gialli e rossi sono trasportati di corsa tra gli stretti corridoi cittadini su dei lettini di bambù, sollevati e trascinati sulle spalle di quattro o cinque uomini indiani, forse parenti e funzionari del tempio, o forse solo aiutanti. “Segui uno di quei gruppi” mi suggeriva un amico inglese “Quelli con una brandina colorata in braccio, trasportano cadaveri. Seguine uno e arriverai nei luoghi di cremazione”. E così ho fatto, perso per le strette strade antiche, ho seguito un piccolo corteo diretto alla riva del fiume e in un niente mi sono trovato su di un grande terrazzamento a tre piani, circondato da uomini, legna e fiamme. Sentivo odore di arrosto e vedevo bracieri rettangolari delle dimensioni umane. Un ragazzo mi si è affiancato dicendomi “Non puoi fare fotografie qui. Resta con me, ti spiego e te ne lascio fare qualcuna”. L'ho seguito. “Sei nel Manikarnika Gath” - ha iniziato - “dove bruciano, ogni ora di ogni giorno, da migliaia di anni, corpi indiani nelle fiamme di un fuoco vecchio secoli, sempre vivo e custodito da generazioni di una famiglia bràmini sulle rive del Gange”. Abbiamo camminato su e giù per i terrazzamenti e così ho scoperto che qui abitanti di tutta l’India vengono a passare i loro ultimi giorni di vita in cupe case di accoglienza, finanziate dalle offerte dei visitatori e che i figli in tunica bianca cerimoniale e senza capelli danno fuoco ai corpi dei genitori deceduti. E sul piano più basso, per la prima volta, ho visto un demone, e l’ho sognato per le notti a seguire: era una signora occidentale, dai capelli biondi e con vestiti larghi da yoga, sedeva con le spalle rivolte al fiume e il volto verso i fuochi. Sedeva a pochi metri dalle fiamme, sentiva il calore sulla pelle del viso e delle braccia. Sedeva ferma e guardava la luce rossa e blu che divampava dai bracieri. Un paio di auricolari bianchi con il filo le cadeva dalle orecchie. Lei ascoltava, forse musica, forse altro, isolata dall’ambiente che la circondava. Osservava le fiamme, e sorrideva. “È qui ogni giorno da tre mesi” mi ha risposto la guida quando ho chiesto di lei. 

Quel pomeriggio ero con Anna, una viaggiatrice tedesca che per caso avevo incontrato nel mio camminare. Indossava una mascherina per non aspirare la cenere che era nell’aria. Entrambi scossi dalle scene che i nostri occhi avevano appena visto, abbiamo lasciato quel luogo, e in silenzio abbiamo camminato seguendo il fiume verso il centro, dove in poco tempo si sarebbe svolta la cerimonia quotidiana di assoluzione delle anime bruciate. Migliaia di spettatori, sulla riva del fiume e su piccole barche di legno, si radunano ogni giorno, guardano e pregano insieme ai sette cerimonieri del fuoco, mentre questi con delle coppe infuocate scrivono cerchi del cielo e recitano preghiere alle fiamme. Assistevamo impressionati a questo spettacolo di fede e colori quando un temporale senza tuoni e carico d'acqua si è imbattuto su di noi, ha spento le fiamme e rubato l’elettricità. Ci siamo ritrovati in una città buia, lievemente illuminata dai lasciti di un sole ormai oltre l’orizzonte, in una folla di indiani agitati che urlavano di paura e correvano in cerca di un riparo asciutto. Ricordo di essere stato inerme alle sofferenze in quella sera: mi guardavo intorno e intere famiglie si disperavano e si disperdevano, i bambini correvano e le signore urlavano mentre i negozianti coprivano i banchetti con grandi teli impermeabili e nei locali si spegnevano le luci e accendevano le candele. I miei vestiti erano fradici e la mia fotocamera a rischio, ma non m'importava di correre ai ripari, non c’era acqua, urla e né pioggia che scalfisse il mio animo. Avevo visto un cranio andare a fuoco, cadaveri di bambine e ossa di uomini. Quel giorno ho sentito di essere impassibile ai turbamenti e vivo solo nel presente.



Uno dei bracieri al Manikarnika Gath.



I terrazzamenti del Manikarnika Gath.



Gente che assiste alla cerimonia del fuoco.

 
 
 

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