Racconti Brevi
- Antonio Lindo
- Apr 20, 2023
- 4 min read
Updated: Apr 21, 2023
2080: Capodanno Nepalese, 13 Aprile 2023, Kathmandu, Nepal.
Il 13 di Aprile era l'ultimo dell'anno in Nepal. Non mi è chiaro che calendario seguano, ho chiesto a qualcuno ma sembra essere un dubbio anche per loro. Siamo nel 2080 qui. Grandi festeggiamenti, concerti, carri allegorici, alcol e feste in tutta la Nazione la sera tra lo scorso giovedì e lo scorso venerdì.
Io ero a Kathmandu. Nel pomeriggio visitavo Durbar Square. Attratto da un gioco nepalese familiare mi sono fermato ad una bancarella al lato della strada e ho chiesto al proprietario quali fossero le regole. Me le ha spiegate e io gli ho fatto un video. Abbiamo parlato poi del più e poco dopo del meno. Mi ha invitato a sedersi all'ombra, abbiamo scoperto di avere la stessa età e di essere nati entrambi ad agosto. Lui, capelli ricci come i miei, abbronzatura nepalese e t-shirt bianca, aveva bisogno di parlare: la sua ragazza gli aveva da poco detto che non potevano più stare insieme, appartengono a due caste diverse, lei ad una superiore e i suoi genitori non tanto approvano l'amore intercasta. Ho cercato di tirargli su il morale: "L'amore sa essere stronzo" - gli ho detto - "cerca solo di non pensarci troppo", come se sapessi cosa provasse. Ma mai mi sono trovato in una situazione come la sua.
Conversare ci ha legati e dopo non molto mi ha invitato a passare la sera con lui ed un suo amico in giro per Thamel, per festeggiare il nuovo anno.
È così che mi sono ritrovato alle due di venerdì mattina ubriaco di roksi su dei gradini nel centro di Kathmandu, con dei ravioli al pollo e salsa piccante nella mano destra e una strana macchia di vernice grigia sulla mano sinistra. Con due inglesi e un olandese intorno a me, dopo una cena di noodles con nepalesi e un concerto metal internazionale, diversi giri di cicchetti e baci e abbracci con sconosciuti in un bar che il Bar Carlino è un lusso a confronto.
Memorie di una notte senza memorie.
Lusinghe, Marzo 2023, India.
Mi ero dimenticato di annotare da qualche parte, qualunque parte, che a Delhi in metro c’è una carrozza, la prima, dedicata solo alle donne. Non penso sia per ragioni discriminatorie, perché comunque possono anche accedere alle altre carrozze. Sembra più essere un privilegio.
Un pomeriggio ci sono entrato per errore, come sempre. E una ragazza mi ha avvisato "Scusami, qui è solo per donne”. “Oh cazzo scusa” ho risposto e mi sono spostato nel vagone precedente. Seduto, aprivo lo zaino, mettevo al suo posto la fotocamera, controllavo Instagram e la stessa ragazza è venuta a cercarmi. “Puoi darmi il tuo numero? Sei davvero carino”, mi ha detto imbarazzata. Lusingato, le ho lasciato il mio numero italiano, l’ho salutata e alla fermata successiva sono sceso.
C’è stata un’altra volta in cui mi sono sentito lusingato così, varie altre in realtà, ma alcune già le ho dimenticate. Ero a Pushkar, sempre in India, con un pantalone nero con tasche larghe e una t-shirt Patagonia bianca. Scattavo fotografie ad un tempio indù e lei mi ha chiesto se fossi un artista. “No in realtà” le ho risposto, ma dentro di me per un attimo ho pensato di esserlo. Sarà che l’abito non fa il monaco, ma non ho mai visto monaco senza tunica. Sarà che basta convincersi, e credere di essere qualcuno, per esserlo davvero. Sarà che comunque le mie fotografie sono solo su Instagram e non ho acquirenti, che per guadagnare due soldi devo fare il lavapiatti in centro a Torino, che i miei lettori sono i miei parenti e i miei amici stretti. Sarà che quindi non sono un artista. Ma è bello crederci a volte.

In metro a Delhi.
Finalmente da Maya, Venerdì 14 Aprile 2023, Damauli, Nepal.
Oggi pensieri sul ritorno. Sono a Maya, ho raggiunto il volontariato: per le prossime due settimane aiuterò un’associazione nepalese, costruirò pezzi di aule per bambini, dipingerò sedie, cucinerò, laverò e pulirò le zone comuni. Maya è una scuola per bimbi di tutte le età. Se esiste e si migliora è grazie all’aiuto di una non piccola famiglia di volontari, da tutte le parti del mondo. Vediamo come sarà qui, è tanto tempo che non lavoro. Il clima sembra ottimo, spazi comuni e condivisione. Il meteo pessimo, caldo, afa e umidità. Ma oggi è ancora solo il primo giorno.
Ho prenotato il volo di ritorno, che giorno quel giorno: sconsolato ho passeggiato solo per Kathmandu, mangiavo ciambelle e pensavo “Oh mio Dio sta davvero finendo”. “Devo accettare che le cose finiscano” mi sono detto in passato e mi sto ripetendo in questi giorni. È solo che è difficile accettare che tutto ciò, da sensazioni di ogni giorno, da realtà e abitudine, diventi in poco tempo un ricordo. Un grandissimo ricordo. Un baule di ricordi, uno più intenso dell’altro. Però pur sempre un ricordo.
Dopo questa esperienza ne arrivano altre, solo, a casa. Solo non qui. Sarebbe bello guardare alla vita di tutti i giorni come ad un viaggio, il viaggio nel tempo dell’esistenza. D'altronde anche lì, a casa, le mie giornate si costruiscono giorno per giorno, anche lì non so mai cosa mi aspetta, ci sono imprevisti, avventure, desideri, persone ed esperienze. Eppure a sapere di esser sempre nello stesso luogo, di vivere una vita con i giorni che si ripetono uguali a loro stessi ogni settimana, è difficile pensar di star viaggiando.
A farci sentire in viaggio è il cambiamento: l’ambiente muta intorno a noi, siamo sorpresi, ci stupiamo, siamo affascinati. Ed è quando ciò non accade che sviluppiamo l’abitudine, e perdiamo l’emozione del viaggiare.
Il cambiamento però può avere varie e varie forme. Qui è rapido, quasi costante e completo, tutto cambia: i volti, i paesaggi, il clima, le abitudini. E non posso negare che mi piaccia. Ma, appunto, ne esistono varie forme. Io sono sempre stato “quello che parte”, i miei amici mi hanno più volte accompagnato in stazione, carico di bagagli, verso nuove mete e poche volte io ho accompagnato loro. Un grande cambiamento avverà in questo senso: voglio essere quello che resta. Voglio osservare il mondo mutare intorno a me, stando. Quanto resisterò?

Studenti di Maya in divisa ogni mattina.















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