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Maya

Bambini in camicia bordeaux, pantaloni neri e scarpe chiuse; adulti e adolescenti nepalesi con una camicia attillata nei pantaloni, due penne nel taschino e le scarpe di pelle; ragazzi francesi, tedeschi, russi e italiani con scarpe da ginnastica, pantaloni corti e magliette sportive colorate. Tutti insieme in cerchio ogni mattina, meditano per un minuto, si scambiano abbracci e saluti e, insieme, danno inizio ad una nuova giornata lavorativa. 

Oggi è il quarto giorno che lavoro per Maya, nel centro del Nepal. Sto imparando a conoscere il luogo e le sue persone. È una scuola, ci sono duecento bambini dai cinque ai quindici anni, imparano inglese, letteratura, scienze e lingua nepalese. Ci sono quattro o cinque insegnanti locali, dal paese più vicino, e cinque o sei insegnanti internazionali, volontari. E c’è un grande team di lavoro per migliorare continuamente le infrastrutture. C’è bisogno di nuove aule, canali di scolo, camere per gli ostelli studenteschi, nuovi spazi per studiare e per mangiare. C’è bisogno di un nuovo autobus per chi viene da lontano, c’è bisogno di un nuovo forno, nuove sedie e nuovi tavoli. C’è bisogno di aiuto, ci sono ragazzi che vogliono crescere, sapere, conoscere ed essere pronti per il Mondo. Ma spesso non ci sono i fondi, il governo non aiuta: non riesce ad aiutare. E allora nascono associazioni autonome, come Maya, che credono nell’importanza dell’istruzione e fanno il possibile perché sia di facile accesso per tutti. Ogni anno crescono un poco: chi prima  è stato studente ora insegna, chi prima costruiva, ora organizza. Nelle aule di Maya ci sono figli degli operai che dipingono le aule, degli amministratori, delle signore in cucina: non ci sono così tasse da pagare, le famiglie possono vivere insieme, i bambini possono ricevere una buona educazione. 


Io mi occupo delle costruzioni: da tre giorni ogni mattina trasporto sacchi di cemento, canne di bambù e mattoni. C’è una squadra di operai nepalesi stipendiati sempre attiva, ma con il nostro aiuto le operazioni sono più rapide. Stiamo costruendo nuove aule: in poche settimane è cresciuto da zero un intero nuovo edificio, alto quattro metri, con pareti in mattoni e cemento e un tetto in lamiera di ferro. Quando sono arrivato io i lavori erano già avviati, forse questa settimana saranno terminati e la prossima già vi si terranno lezioni all’interno. Oggi ad esempio abbiamo sradicato un albero, con un’ ascia, due picconi di legno e due pale di ferro: stiamo facendo spazio davanti l’ingresso, così che i bimbi possano accedervi facilmente.


È una sensazione commovente, intensa e mai provata prima: lavorare sotto il sole cocente, con tutto il corpo, circondato da cumuli di terra, alberi tropicali, operai, insegnanti e bambini in divisa che giocano. Il riscontro emotivo è immediato, lo facciamo per loro. Loro che ci corrono intorno, loro che ci salutano quando passiamo, ci abbracciano, ci chiamano “Sir”. 


C’è un’insegnante italiana, Paola. Non vorrei essere suo studente. Nella vita insegna italiano in Germania, ha il fare di chi vuol fare rispettare le regole, di chi crede nel potere della disciplina. Forse è l’unica qui. Perché anche i fondatori, così come gli operai e tutti i collaboratori del progetto Maya, amano prendersi pause e tempo libero. Non hanno fretta, non hanno brame di progresso, non sono ossessionati dalla velocità. Saranno le alte temperature, ma qui nessuno corre. Solo i francesi.


Ci sono poi i volontari e la zona comune, dove ogni pranzo, ogni pomeriggio e ogni sera ci riuniamo, ci conosciamo meglio, giochiamo. Cinque tedeschi, quattro italiani, tre francesi, tre russi, due australiane, un inglese e cinque nepalesi. Io sarò qui fino alla mia partenza, altre due settimane e forse l’ultima sera cucino i panzerotti, vediamo se trovo gli ingredienti.



Studenti di Maya ogni mattina prima delle lezioni.



Io che piccono la terra.




Lavoratori nepalesi a lavoro.

 
 
 

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